Budapest

La sconfitta di Viktor Orbán e la vittoria di Péter Magyar con il partito Tisza alle elezioni del 2026 segnano un vero punto di svolta per l’Ungheria. Dopo sedici anni di un modello autoritario segnato da scontri continui con l’Unione Europea, da una corruzione endemica e da un sistema di favoritismi riservato a una cerchia ristretta di oligarchi vicini al potere, il Paese si prepara a una fase di normalizzazione europea, di rafforzamento dello stato di diritto e di dialogo costruttivo con Bruxelles. Questo cambio di rotta non è soltanto politico o istituzionale: avrà conseguenze concrete, rapide e misurabili sull’economia reale e sul clima degli affari.
Per le imprese straniere, e in particolare per quelle italiane che da decenni sono profondamente radicate nel tessuto produttivo ungherese, si apre un orizzonte di maggiore stabilità, di nuove opportunità di crescita e di riduzione significativa dei rischi politici. Il cambiamento si farà sentire già nel breve termine e si consoliderà nel medio e lungo periodo, modificando in profondità il contesto in cui operano le aziende.
Nell’immediato, l’effetto più tangibile sarà lo sblocco dei fondi europei finora congelati. Sotto Orbán, Bruxelles aveva bloccato tra i 17 e i 20 miliardi di euro tra fondi di coesione e Recovery Fund a causa delle ripetute violazioni dello stato di diritto e dei casi di corruzione. Con Magyar al governo è altamente probabile una liberazione rapida di diversi miliardi – si parla di almeno 6-10 miliardi già nei primi mesi – che si tradurrà in una pioggia di appalti pubblici per infrastrutture, sanità, istruzione e transizione verde. Le imprese che lavorano con la Pubblica Amministrazione, dal settore delle costruzioni all’engineering fino ai fornitori di servizi, vedranno un’improvvisa accelerazione della domanda. Allo stesso tempo, la liquidità generale dell’economia ungherese migliorerà sensibilmente, sostenendo consumi e investimenti.
I mercati finanziari hanno già reagito con entusiasmo alla sconfitta di Orbán: gli asset ungheresi sono destinati a una forte salita già dal lunedì successivo al voto. Il fiorino dovrebbe stabilizzarsi o addirittura rafforzarsi, mentre i rendimenti dei titoli di Stato scenderanno. Il calo del rischio paese si tradurrà in costi di finanziamento più bassi per tutte le imprese, italiane comprese, che potranno accedere al credito a condizioni più favorevoli. Al contrario, le società legate al “sistema Orbán” – come la Granit Bank di Tiborcz, genero del premier uscente, 4iG, Waberer’s, MBH Bank o le imprese di Mészáros – hanno già registrato crolli in borsa nelle settimane precedenti al voto. Con il nuovo esecutivo perderanno privilegi, contratti pubblici facili e protezioni politiche, aprendo spazi concreti a operatori più competitivi.
Nel medio e lungo termine, il quadro diventa ancora più favorevole. Le relazioni con l’Unione Europea passeranno da uno stato di conflitto permanente, con veti e fondi bloccati, a un dialogo costruttivo fondato sulle riforme dello stato di diritto: ciò garantirà maggiore stabilità e un accesso più fluido ai finanziamenti comunitari. Gli investimenti esteri, che negli ultimi anni avevano registrato un forte calo accompagnato da episodi di “espropriazioni fredde” ai danni di aziende straniere, torneranno a crescere grazie al recupero di fiducia e alla riduzione delle pressioni politiche. Le tasse settoriali straordinarie imposte su banche, retail, energia e telecomunicazioni – spesso mirate proprio alle imprese estere – dovrebbero essere ridotte o eliminate del tutto, alleggerendo il carico fiscale su banche e multinazionali.
Il crony capitalism (capitalismo clientelare) che aveva permesso agli oligarchi vicini a Fidesz di dominare gli appalti pubblici lascerà il posto a una lotta più incisiva contro la corruzione e a una revisione dei contratti assegnati in modo opaco. L’economia, dopo tre anni di stagnazione, inflazione elevata e fuga di cervelli, dovrebbe accelerare: le previsioni indicano una crescita del PIL superiore all’1,4% già grazie ai soli fondi UE, con stime che potrebbero spingersi oltre il 2,3% nel 2026 secondo analisti come quelli di Erste Bank e della Commissione Europea. La prevedibilità istituzionale crescerà notevolmente: al posto di governi per decreto e di rischi politici elevati subentreranno istituzioni più indipendenti e una maggiore rule of law, riducendo drasticamente l’incertezza per chi investe.
L’Italia, in particolare, ha tutte le carte in regola per trarre il massimo beneficio da questa svolta. Con circa 2.800-2.900 imprese – in settori come: manifattura, logistica e trasporti, agroalimentare, farmaceutico, costruzioni e ingegneria– che impiegano oltre 25.000 persone e generano un fatturato di diversi miliardi di euro, il nostro Paese rappresenta una presenza solida e storica. Lo stock di investimenti diretti italiani si attesta intorno ai 3 miliardi di euro, con flussi netti recenti nell’ordine di centinaia di milioni all’anno, in ambiti produttivi come: componentistica automotive e macchinari, elettronica e tecnologia, agroalimentare etc.. L’Italia è tra i principali partner commerciali dell’Ungheria, quarto mercato di export e ottavo fornitore, con una presenza forte nei settori manifatturiero (componentistica automotive, macchinari, elettronica), logistico, agroalimentare, farmaceutico, finanziario (grazie a UniCredit e Intesa Sanpaolo) e delle costruzioni.
Per le nostre aziende lo sblocco dei fondi europei significherà un’immediata crescita di appalti pubblici e progetti infrastrutturali. Il rischio politico, finora elevato a causa di tasse mirate, pressioni sui soggetti stranieri e favoritismi clientelari, diminuirà sensibilmente. La crescita economica ungherese, che nel 2025 era prevista ferma allo 0,4%, dovrebbe accelerare verso il 2-2,3% o oltre nel 2026, trainando la domanda interna e sostenendo le esportazioni italiane, già superiori ai 6 miliardi di euro e in costante aumento soprattutto nella componentistica auto, nei macchinari, nei prodotti farmaceutici e alimentari (Eurostat, KSH). Gli investimenti italiani diventeranno più attrattivi e “normali”, con minori rischi di revisione arbitraria dei contratti e meno favoritismi verso gli operatori locali. Le tasse straordinarie lasceranno spazio a un mantenimento degli incentivi esistenti e a misure meno punitive, mentre gli appalti pubblici, un tempo monopolizzati dagli oligarchi di Fidesz, diventeranno più trasparenti e accessibili anche alle imprese straniere.
Le previsioni per il biennio 2026-2027 sono quindi ottimistiche. La domanda interna e gli investimenti esteri cresceranno, favorendo soprattutto i settori su cui l’Ungheria punta con decisione: automotive 4.0, logistica, energie rinnovabili, biomedicale e tecnologia. La Camera di Commercio Italiana per l’Ungheria e l’Ambasciata registrano già un interesse crescente da parte delle nostre imprese. Naturalmente la transizione non sarà istantanea: reti di potere radicate in sedici anni di dominio fidesziano potrebbero rallentare alcuni processi, e qualche ritardo nello sblocco dei fondi è possibile. Tuttavia, la supermaggioranza ottenuta da Tisza rende le riforme più rapide e credibili.
Le aziende italiane che ne beneficeranno di più saranno quelle della componentistica automotive e dei macchinari, le società di ingegneria e costruzioni pronte a cogliere il boom di progetti finanziati da Bruxelles, le banche e gli operatori dei servizi finanziari che vedranno ridursi le tasse straordinarie, e le PMI del Made in Italy nei comparti food, design e farmaceutico, favorite dalla ripresa dei consumi interni. In sintesi, l’Ungheria esce da un modello illiberale ad alto rischio e torna a essere un mercato europeo prevedibile e attraente. Per le imprese italiane non si tratta di una semplice continuità, ma di un’opportunità concreta di consolidamento e di espansione in un contesto finalmente più stabile e orientato alla crescita.

di: Ilaria Cario