Nel marzo 2026 gli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno provocato una forte reazione iraniana come la chiusura, o una fortissima limitazione, dello Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale. L’Iran ha reagito bloccando il traffico marittimo, con centinaia di petroliere costrette a fermarsi o a invertire la rotta.
Il 7-8 aprile è stata annunciata una tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediata dal Pakistan, che ha permesso una temporanea riapertura dello stretto. I mercati hanno reagito positivamente e i prezzi del petrolio sono scesi di circa il 15%. Tuttavia, già il 9 aprile l’Iran ha richiuso completamente il passaggio in seguito ai raid israeliani in Libano, che Israele considera non inclusi nell’accordo di tregua. Al momento il traffico nello stretto è nuovamente bloccato o ridotto al minimo. La situazione rimane estremamente fragile e può evolversi rapidamente da un giorno all’altro.
L’Italia figura tra i Paesi europei più vulnerabili a questa crisi per due ragioni principali: l’elevata dipendenza energetica dal Golfo e l’importante flusso di esportazioni verso il Medio Oriente. Da un lato, il nostro Paese importa rilevanti quantità di gas dal Qatar, che transita proprio attraverso lo Stretto di Hormuz, e di petrolio dai Paesi del Golfo. Nonostante la domanda di gas sia già diminuita del 16% grazie al piano REPowerEU, la dipendenza resta significativa. Dall’altro, l’export italiano verso il Medio Oriente vale circa 28 miliardi di euro all’anno, pari al 4,6% del totale nazionale, e riguarda soprattutto macchinari, moda, gioielleria e prodotti agroalimentari. Nella regione operano stabilmente oltre 560 imprese italiane, con particolare concentrazione nelle province di Milano, Firenze, Arezzo, Vicenza e Modena.
I primi effetti della crisi si stanno già manifestando in modo evidente. I costi energetici sono fortemente aumentati: il prezzo del Brent ha superato i 110 dollari al barile, con picchi fino a 126 dollari, mentre il gas è tornato a salire bruscamente. Ciò si traduce in bollette più care e in un incremento dei costi di produzione per settori energivori come siderurgia, chimica, ceramica, carta, trasporti e manifattura in generale. Si registrano inoltre ritardi nelle consegne da Asia e Medio Oriente, con costi di spedizione e assicurazioni marittime aumentati tra il 30% e il 50% su diverse rotte, oltre a un crescente rischio di esaurimento delle scorte. Molte imprese, soprattutto quelle energivore, faticano a trasferire interamente i rincari sui prezzi di vendita, con conseguente compressione dei profitti. Questo fenomeno contribuisce a spingere ulteriormente al rialzo l’inflazione italiana. Infine, i mercati del Golfo, tra cui Emirati Arabi, Arabia Saudita e Qatar, diventano più difficili da servire, con possibili perdite di ordini per decine di miliardi di euro qualora la crisi dovesse prolungarsi.
L’impatto complessivo sull’economia italiana dipende in larga misura dalla durata dell’instabilità nello Stretto di Hormuz. Nello scenario ottimista, in cui la tregua dovesse tenere per due-quattro settimane, il prezzo medio del Brent nel 2026 si attesterebbe tra 70 e 80 dollari al barile, con un impatto sul PIL italiano positivo di circa lo 0,5%. In questo caso i costi energetici scenderebbero e si avrebbe una ripresa graduale. Nello scenario base, con instabilità prolungata fino a giugno, il Brent si collocherebbe tra 90 e 100 dollari, con una crescita del PIL sostanzialmente stagnante, intorno allo 0% o poco sopra. Le imprese vedrebbero i margini sotto pressione e un’inflazione tra il 3% e il 4%. Nello scenario pessimista, caratterizzato da una nuova escalation oltre giugno, il prezzo del petrolio potrebbe salire tra 110 e oltre 150 dollari al barile, determinando una contrazione del PIL italiano di circa lo 0,7%, con shock sulle catene di approvvigionamento e un elevato rischio di credito per le imprese.
La crisi di Hormuz non colpisce solo il settore energetico, ma anche quello agricolo. Attraverso lo stretto transita infatti circa un terzo dei fertilizzanti mondiali, tra urea, ammoniaca e fosfati, provenienti dal Golfo Persico. L’Italia è fortemente dipendente dalle importazioni da Qatar, Arabia Saudita, Oman e Nord Africa. I prezzi dei fertilizzanti sono schizzati tra il 30% e il 55%, con l’urea che in alcuni casi è passata da 55-266 euro al quintale a 75-450 euro. Si registra inoltre il rischio di scarsità e speculazione. Una carenza di concimi adeguati può far calare le rese agricole del 30-40%, soprattutto per cereali, ortofrutta e mais. I fertilizzanti incidono tra il 15% e il 30% dei costi totali di produzione. Parallelamente, il gasolio agricolo ha superato 1,20 euro al litro, con un aumento del 40-50% in poche settimane, mentre sono cresciuti anche i costi di elettricità per irrigazione, serre, celle frigorifere e trasformazione. Complessivamente i costi di produzione sono aumentati tra il 15% e il 30%. Si aggiungono problemi logistici ed export: navi cariche di prodotti ortofrutticoli freschi, come mele, agrumi e fiori, risultano ferme o deviate, con ordini cancellati verso il Medio Oriente. Questo mercato vale oltre 2 miliardi di euro per l’agroalimentare italiano. Si registrano rischi di deperimento della merce e aumenti dei noli e delle assicurazioni tra il 30% e il 50%. Gli effetti a catena comprendono l’erosione dei margini, soprattutto per frutticoltura, ortofrutta, cereali e zootecnia, la possibile riduzione delle superfici coltivate, l’inflazione sui prezzi alimentari e il rischio di abbandono di alcune produzioni.
Anche per le imprese agricole lo scenario dipende dalla durata della crisi. Nello scenario ottimista, con tregua che tiene per due-quattro settimane, i costi di produzione aumenterebbero tra il 10% e il 15%, con rischio basso su rese ed export e un recupero parziale, sebbene con margini ancora compressi. Nello scenario base, con instabilità fino all’estate, i costi di produzione crescerebbero tra il 20% e il 30%, con una riduzione delle rese tra il 10% e il 20% e un calo dell’export verso il Golfo tra il 15% e il 25%. Nello scenario pessimista, con escalation oltre giugno, l’aumento dei costi supererebbe il 40%, con un rischio alto di perdite di raccolto, chiusura di aziende marginali e ulteriore inflazione sui prezzi alimentari.
Le imprese agricole possono adottare diverse misure per tutelarsi. È prioritario gestire gli input critici firmando contratti a prezzo fisso o ricorrendo a strumenti di hedging (copertura finanziaria contro il rischio di variazione dei prezzi) per i prossimi sei-dodici mesi, accumulando scorte strategiche dove possibile e testando alternative come digestato o concimi organici derivati da scarti aziendali. È inoltre utile richiedere immediatamente il credito d’imposta sul gasolio agricolo e monitorare i decreti emergenziali. Sul fronte dell’efficienza energetica, conviene accelerare gli investimenti in rinnovabili in azienda, come fotovoltaico, agrivoltaico e biogas, sfruttando gli incentivi ancora attivi del PNRR e della PAC, e adottare soluzioni di agricoltura di precisione per ridurre il consumo di diesel ed energia del 15-25%. Nelle serre e nella frutticoltura è opportuno valutare coperture o varietà meno intensive in termini di input. Per proteggere l’export è consigliabile diversificare i mercati rafforzando la presenza in Europa, Asia e sul mercato domestico, utilizzando gli strumenti di SACE (Società di Assicurazione del Credito Export) e ICE (Istituto per il Commercio Estero) per garanzie e missioni promozionali, e stipulando polizze assicurative specifiche contro rischi di guerra e interruzioni dei trasporti. Sul piano finanziario e operativo, è importante rafforzare la liquidità rivedendo le condizioni di pagamento con fornitori e clienti, pianificare diversi scenari insieme all’agronomo o al consulente di fiducia e monitorare quotidianamente i bollettini delle associazioni di categoria e delle Camere di Commercio. A medio-lungo termine, le imprese dovrebbero ridurre progressivamente la dipendenza da input esteri attraverso rotazioni colturali, cover crops (colture di copertura) e produzioni a minor consumo di fertilizzanti, fare lobby tramite le associazioni di categoria per interventi europei e valutare l’adozione di assicurazioni integrate contro rischi geopolitici e climatici.
Un elemento che emerge con chiarezza è che l’Italia non è riuscita a trovarsi in una posizione di vantaggio prima ancora che la crisi dello Stretto di Hormuz si manifestasse; la mancanza di una preparazione strutturale ha trasformato un evento geopolitico in una vera e propria emergenza economica per le imprese. In un contesto in cui la dipendenza energetica e la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento sono ormai note da tempo, il ritardo nell’attuare politiche di diversificazione, di accumulo di scorte strategiche e di investimento in tecnologie a bassa intensità energetica ha penalizzato la competitività delle aziende italiane. È quindi indispensabile che, a prescindere dalla specifica crisi del Golfo, le imprese adottino fin da subito un approccio proattivo di gestione del rischio, integrando strumenti di hedging, contratti a prezzo fisso e assicurazioni contro interruzioni di trasporto, ma anche puntando a una trasformazione più profonda: accelerare la transizione verso fonti rinnovabili, potenziare la digitalizzazione dei processi produttivi e logistici, e ampliare la presenza sui mercati extra regionali per ridurre la concentrazione delle esportazioni. Solo colmando il divario di sviluppo e rafforzando la resilienza strutturale – attraverso incentivi mirati, formazione specialistica e un coordinamento più efficace tra istituzioni, associazioni di categoria e imprese – l’Italia potrà non solo mitigare gli effetti di questa crisi, ma anche costruire una base solida per affrontare con maggiore sicurezza eventuali future turbolenze geopolitiche o economiche.
La situazione rimane fluida e ad alto rischio. Le imprese che agiranno con prontezza, diversificando rischi e ottimizzando i costi, saranno quelle meglio posizionate per limitare i danni e cogliere eventuali opportunità di ripresa.
di: Ilaria Cario





