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Lo sport oggi non può più essere considerato soltanto un’attività ricreativa o competitiva: è, a tutti gli effetti, una forma di cura e uno strumento di politica economica. Sempre più evidenze lo collocano dentro il perimetro della prevenzione sanitaria, perché riduce il rischio di malattie croniche, migliora la salute mentale e incide direttamente sulla qualità della vita. Ma il punto decisivo è un altro: se lo sport è cura, allora l’accesso allo sport diventa una questione di equità sociale ed economica. In Italia questa consapevolezza sta crescendo, ma non è ancora tradotta in un sistema pienamente coerente. Lo sport resta spesso una scelta individuale, condizionata da reddito, tempo e territorio, mentre dovrebbe essere trattato come un diritto.
Recentemente, questa consapevolezza ha iniziato a riflettersi anche sul piano normativo. Il Cnel, esercitando la propria iniziativa legislativa, ha proposto al Parlamento due disegni di legge: il primo, “Disposizioni in materia di promozione dell’attività fisica e sportiva quale strumento di prevenzione, inclusione e salute”, è attualmente in attesa di esame in Commissione; il secondo, “Disposizioni in materia di promozione della partecipazione popolare alle attività delle associazioni e delle società sportive dilettantistiche, nonché delega al Governo per l’introduzione di agevolazioni per la gestione di strutture a vocazione sociale”, è stato presentato il 9 marzo ed è ora in discussione in Parlamento.
In questo processo, anche Unsic ha contribuito nella fase di iniziativa legislativa. Nel disegno di legge “Partecipazione popolare e agevolazioni per le strutture sportive a vocazione sociale” sono stati infatti inseriti due emendamenti proposti dal presidente Unsic, Domenico Mamone, in qualità di consigliere del Cnel. Il provvedimento si muove nella direzione di riconoscere allo sport una funzione sociale più ampia. In particolare, le modifiche all’articolo 3 ampliano il raggio d’azione degli interventi previsti: non più soltanto monitoraggio e supporto psicopedagogico contro bullismo e disagio, ma anche campagne di sensibilizzazione ed educazione contro la violenza di genere e ogni forma di discriminazione. A queste si affiancano misure concrete volte a favorire l’inclusione, come la promozione di progetti per contrastare l’abbandono sportivo giovanile e il finanziamento di borse di studio e “doti sportive” destinate ai minori in condizioni di svantaggio socioeconomico. Inoltre, viene rafforzato il legame con il sistema educativo attraverso la previsione dell’adesione ai patti educativi di comunità promossi dagli istituti scolastici del territorio.
Guardando nell’insieme i dati economici e sociali emerge che da un lato, lo sport in Italia genera circa 32 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a circa l’1,5% del PIL, con oltre 421 mila occupati e più di 15 mila imprese attive direttamente nel settore. È quindi già un comparto industriale rilevante, con una filiera che va dagli impianti ai servizi, fino al turismo e alla produzione di beni sportivi. Dall’altro lato, l’accesso alla pratica sportiva è ancora diseguale: i costi per famiglie e individui, insieme alla carenza di infrastrutture in alcune aree, limitano fortemente la diffusione dell’attività fisica. Nonostante la presenza di oltre 78 mila impianti sportivi, la domanda resta in parte insoddisfatta, segno che il sistema è ancora incompleto e poco integrato.
Qui entra in gioco il ruolo delle politiche pubbliche e delle imprese. Negli ultimi anni lo Stato ha iniziato a muoversi con strumenti come lo sport bonus, che consente alle aziende di ottenere crediti d’imposta fino al 65% per investimenti in impianti sportivi pubblici, e con misure introdotte nelle leggi di bilancio per favorire l’accesso allo sport, soprattutto per giovani e famiglie. Tuttavia, questi interventi restano frammentati e non ancora sistemici. Anche il welfare aziendale si sta sviluppando, ma spesso in modo limitato, attraverso convenzioni con palestre o rimborsi parziali, che non incidono davvero sulle abitudini delle persone.
Eppure, proprio i dati economici mostrano quanto questo sia un limite. Secondo analisi di settore, un aumento del 10% della pratica sportiva nella popolazione porterebbe a un incremento della produttività dell’1,7% annuo, pari a circa 34 miliardi di euro aggiuntivi di PIL e oltre 80 mila nuovi occupati ogni anno. Non si tratta quindi solo di salute, ma di crescita economica. Allo stesso tempo, una popolazione più attiva riduce la spesa sanitaria pubblica di circa l’1,6%, con effetti indiretti anche sulle imprese: meno assenze per malattia, maggiore continuità operativa e minori costi legati alla gestione del personale.
Per le aziende, questo si traduce in un’opportunità strategica ancora sottoutilizzata. Investire nello sport significa investire in capitale umano. I lavoratori fisicamente attivi tendono ad avere maggiore energia, concentrazione e resilienza, con impatti diretti sulla produttività. Inoltre, le imprese che offrono programmi di benessere e attività sportive migliorano la loro capacità di attrarre e trattenere talenti, un fattore sempre più centrale in un mercato del lavoro competitivo. Non è un caso che gli investimenti sportivi ben progettati abbiano un effetto moltiplicatore elevato: grandi eventi come le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 mostrano come a fronte di circa 1 miliardo di investimenti si possano generare impatti economici tripli sul PIL.
Il problema, quindi, non è dimostrare il valore dello sport, ma costruire un sistema che lo renda accessibile e strutturale. Garantire il diritto allo sport richiede un cambio di approccio. Sul piano fiscale, si potrebbe rendere pienamente detraibile la spesa sportiva, equiparandola a una spesa sanitaria. Sul piano infrastrutturale, servono investimenti più diffusi e partenariati pubblico-privati, in cui le imprese contribuiscano direttamente alla creazione e gestione di spazi sportivi accessibili. Ma soprattutto, serve un cambiamento organizzativo dentro le aziende: introdurre tempo dedicato all’attività fisica durante l’orario di lavoro, integrare lo sport nei programmi di prevenzione sanitaria aziendale, e sviluppare modelli in cui il benessere fisico non sia un benefit accessorio ma una componente della produttività.
Guardando al futuro, è probabile che lo sport diventi sempre più parte integrante delle politiche sanitarie ed economiche. Si va verso modelli in cui l’attività fisica viene “prescritta” come prevenzione, e in cui le imprese assumono un ruolo attivo nel welfare territoriale. In questo scenario, lo sport smette di essere un ambito separato e diventa una vera infrastruttura sociale ed economica. Se questa transizione verrà realizzata, gli effetti saranno significativi: maggiore competitività per le imprese, riduzione delle disuguaglianze nell’accesso allo sport e miglioramento complessivo della salute pubblica.
Il passaggio decisivo, però, resta culturale. Finché lo sport sarà visto come un’attività opzionale, continuerà a essere diseguale. Quando invece verrà riconosciuto come un diritto e come un investimento collettivo, diventerà naturale costruire politiche integrate tra Stato, imprese e comunità. A quel punto, il diritto allo sport non sarà più garantito solo dalle istituzioni, ma co-prodotto da tutto il sistema economico e sociale.

Di: Ilaria Cario