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Nel dibattito sulla competitività italiana ed europea si parla molto di dazi americani, di regolazione di Bruxelles, di ritardo tecnologico rispetto alla Cina. Si parla meno, e forse a torto, del fattore che pesa in modo più diretto e quotidiano sui bilanci delle imprese: il prezzo dell’energia. È una distorsione strana, perché i numeri, quando li si guarda con attenzione, raccontano una storia più netta e più urgente di molte altre emergenze evocate nel dibattito pubblico. L’Italia non paga semplicemente un po’ più cara l’elettricità rispetto ai concorrenti: la paga sistematicamente più cara di tutti i grandi partner europei, e l’Europa nel suo complesso la paga strutturalmente più cara degli Stati Uniti. È un doppio svantaggio che si somma, non si compensa.

Un primato che nessuno vorrebbe avere
I dati più recenti confermano una tendenza che dura ormai da anni: l’Italia è il Paese dell’Unione europea con il prezzo all’ingrosso dell’elettricità più alto tra i ventisette Stati membri. Nella prima metà del 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia elettrica attorno ai 200-280 euro per megawattora a seconda della fonte statistica considerata, contro una media europea che si colloca fra i 164 e i 216 euro. Il differenziale rispetto alla Francia è ancora più marcato: un’impresa italiana con consumi medi sostiene un costo che supera di circa il 70% quello di un’omologa francese, mentre una piccola impresa italiana arriva a pagare più del doppio rispetto a una spagnola di dimensioni comparabili. Non sono scostamenti marginali che si possono assorbire con un po’ di efficientamento gestionale: sono differenziali strutturali che si scaricano direttamente su margini, investimenti e capacità di competere sui mercati di esportazione.
La causa non è misteriosa, ed è bene ripeterla perché tende a scomparire nella cronaca quotidiana: il sistema elettrico italiano resta ostaggio del gas. Anche nelle ore in cui le rinnovabili producono a pieno regime, il meccanismo di formazione del prezzo marginale fa sì che sia il costo dell’ultima centrale accesa — quasi sempre una centrale a gas — a determinare il prezzo dell’intera energia scambiata, sole compreso. Finché il gas resta la tecnologia di riserva per coprire i picchi di domanda, il prezzo dell’elettricità italiana continuerà a muoversi in sincrono con un combustibile che importiamo quasi per intero, e il cui costo dipende da mercati internazionali su cui l’Italia ha scarso potere negoziale.

Un problema che l’Europa condivide, ma non in egual misura
Allargando lo sguardo, il quadro diventa ancora più scomodo, perché rivela che il problema italiano è un caso estremo di un problema europeo. Diversi studi indipendenti stimano che le imprese del Vecchio Continente paghino l’elettricità più del doppio rispetto ai concorrenti nordamericani, e il gas naturale fino a tre volte tanto. In settori energivori come la metallurgia e la chimica, dove il costo dell’energia può arrivare a rappresentare fino a metà dei costi totali di produzione, un divario di queste proporzioni non è un fastidio contabile: è un fattore che decide da solo se un investimento produttivo si fa in Europa o altrove. Non stupisce che Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività industriale europea, abbia indicato proprio il costo dell’energia come una delle cause strutturali del declino relativo del continente, sottolineando che gli aiuti di Stato per calmierare le bollette offrono un sollievo temporaneo ma non toccano le ragioni di fondo del differenziale.
Quelle ragioni di fondo sono ormai note e vanno dette senza giri di parole. Gli Stati Uniti dispongono di gas naturale prodotto in casa, a basso costo, grazie allo sviluppo su larga scala dello shale gas: un vantaggio strutturale che nessuna misura emergenziale europea può replicare nel breve periodo. L’Europa, dopo la rottura dei flussi di gas russo via tubo, ha dovuto rivolgersi al gas naturale liquefatto, acquistato su mercati globali competitivi e gravato da costi aggiuntivi di liquefazione, trasporto navale e rigassificazione — in concorrenza diretta, peraltro, con la domanda crescente di Asia e America Latina per gli stessi carichi. È un cambiamento di modello energetico avvenuto in tempi rapidissimi, sotto la pressione di una crisi geopolitica, e i costi di quella transizione forzata li stiamo pagando ancora oggi, in bolletta.

Ciò che l’Italia ha fatto, e ciò che non ha ancora fatto
Va detto, per onestà, che qualcosa si è mosso. Dal 2022 la domanda italiana di gas è calata sensibilmente, la quota di gas russo nel mix nazionale è crollata dal 45% a valori residuali, sostituita da forniture algerine, azere, qatariote e statunitensi via terminali di rigassificazione. Anche l’efficienza energetica per unità di prodotto interno lordo è migliorata in linea con la media europea. Ma il punto debole resta il ritmo di crescita delle rinnovabili, che non basta a scalfire in modo significativo il ruolo del gas nella formazione del prezzo: mantenendo il passo di installazione attuale, le simulazioni indicano che nel 2030 la produzione rinnovabile italiana coprirebbe meno del 55% della domanda elettrica prevista. È un ritardo che rischia di autoalimentarsi proprio nel momento peggiore, mentre la domanda di elettricità è destinata a crescere ulteriormente per effetto della transizione digitale e della diffusione dei data center legati all’intelligenza artificiale.

Che cosa dovrebbe chiedere chi rappresenta le imprese
Da questo quadro discende un’indicazione che una rappresentanza datoriale può portare avanti con maggiore forza di quanta ne abbia avuta finora: il problema energetico italiano non si risolve con misure compensative emergenziali, per quanto necessarie nel breve periodo, ma richiede di intervenire sulle cause strutturali. Questo significa accelerare in modo deciso gli investimenti in rinnovabili e nello stoccaggio — perché ogni megawattora accumulato è, letteralmente, potere negoziale sottratto ai mercati internazionali del gas — e significa insistere, a livello europeo, perché il meccanismo di formazione del prezzo marginale venga rivisto, scollegando il prezzo dell’energia rinnovabile da quello del gas attraverso strumenti come i contratti a lungo termine.
Ma significa anche riconoscere un punto scomodo, che tocca direttamente la coesione europea: finché ogni Stato membro manterrà le proprie regole, i propri sussidi e i propri meccanismi di prezzo, il mercato unico dell’energia resterà frammentato, e i differenziali fra Italia, Germania, Francia e Spagna continueranno a esistere indipendentemente da quanto si riduca il divario complessivo con Stati Uniti e Cina. La competitività energetica italiana, in altre parole, si gioca su due tavoli contemporaneamente: quello interno, sulle rinnovabili e sull’efficienza; e quello europeo, su un’integrazione dei mercati che finora è rimasta più un obiettivo dichiarato che un fatto compiuto. Un’organizzazione che rappresenta l’impresa italiana ha interesse a tenerli aperti entrambi, perché su nessuno dei due, da soli, si vince la partita.
Di: Ilaria Cario